Non possediamo il linguaggio necessario a descrivere la complessità dell’Oblio. Non abbiamo parole abbastanza belle. È la ricca, vellutata oscurità delle profondità oceaniche. La vuota tinta del cielo in una notte senza stelle. Il freddo colore che si vede chiudendo gli occhi mentre si guarda la luna. Il variegato pigmento di un livido sulla pelle delicata. Il nero che ci avvolge quando sveniamo. Un unguento di vecchio sangue rinsecchito. Il proprio volto riflesso debolmente in un vetro oscurato.
Non conoscevo queste delicate tonalità quando sono giunto qui la prima volta, ma l’Occhio della Divinità Morta ha travolto i miei sensi, aprendomi la mente. Ciò che un tempo era di un grigio sbiadito ha rivelato la propria lucentezza discreta.
Nella mia vita precedente ero un pittore. Riuscivo a catturare il rossore delle guance di una giovane debuttante, o la contrazione del polpaccio tornito di un nobile. Mi pagavano cifre enormi per rendere i volti degli aristocratici più scialbi e smorti in fulgidi esempi di splendore virile. Ma niente che io abbia mai visto è paragonabile alla grazia e al colore dell’Oblio.